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London Fashion Week Autunno-Inverno 2026: le sfilate che devi conoscere

Maria Cattini
Maria Cattini

Lo ammetto: quando si chiudono le ultime sfilate della London Fashion Week AW 2026, la tentazione è cercare subito quella singola immagine che riassuma tutto. Un abito, una silhouette, uno sguardo. Londra, però, non funziona così — e questa stagione lo ha dimostrato meglio che mai. Dalla Sinfonia Smith Square Hall all’ex mercato vittoriano di Old Billingsgate, passando per la ballroom del Claridge’s, la capitale britannica ha raccontato sei storie diverse che, messe insieme, disegnano qualcosa di più grande: un’idea di moda che guarda all’archivio senza nostalgia, che costruisce senza paura, che plasma il corpo senza mai smettere di interrogarlo.

Richard Quinn: la silhouette a clessidra è la dichiarazione più forte della stagione

Se c’è una sfilata che rimarrà nella storia della moda di questa stagione londinese, è quella di Richard Quinn. Con un passato da Christian Dior e un lungo apprendistato a Savile Row, Quinn porta in passerella una risposta precisa e senza equivoci alla domanda che ciclicamente agita il settore: dove va la femminilità nella moda contemporanea?

La risposta è scolpita. Corsetteria strutturata, pepli che modellano il busto con precisione couture, orli a sirena che si aprono sotto il ginocchio. Le figure in passerella sono statuarie, iperdefinite, deliberatamente teatrali. I corpetti senza spalline, chiusi da maxi spille di cristallo, alternano il bianco e nero dominante con lampi di rosa cipria, giallo acido e menta — accenti cromatici che fanno respirare una collezione altrimenti severa nella sua logica costruttiva. Le sopragonne in raso nero si aprono su abiti a colonna; piume e velluto amplificano il contrasto tra opaco e luce.

Quinn sceglie la struttura come manifesto. Non come costrizione, ma come dichiarazione: la clessidra come estetica vintage riportata nel presente con tutta la precisione della couture.

Lo sapevi? La silhouette a clessidra, cifra distintiva della moda degli anni Cinquanta, sta vivendo una delle sue rinascite più autorevoli: non più come citazione nostalgica, ma come scelta costruttiva consapevole. Quinn lo fa con gli strumenti del couture contemporaneo — e la differenza si vede.

Simone Rocha e Adidas Originals: quando il blokecore incontra il romanticismo

Chi conosce il linguaggio poetico e rigorosamente femminile di Simone Rocha capisce subito che la svolta di questa stagione non è un cambio di rotta — è un’espansione. La stilista irlandese porta in passerella un guardaroba che strizza l’occhio agli anni ’90 e alla cultura casual maschile britannica: bomber oversize in raso, giacche atletiche dall’attitudine brit, calzini al ginocchio da calciatore. Il tutto senza abbandonare i dettagli che la rendono riconoscibile — volant, bordi smerlati, dettagli lingerie.

Al centro c’è la collaborazione con Adidas Originals, che porta i loghi a trifoglio su calze e tute, ma li addolcisce con l’inconfondibile tocco Rocha: l’iconico tiralampo impreziosito da una perla. L’ispirazione viene dalla serie fotografica Pony Kids di Perry Ogden — un immaginario operaio e autentico che la stilista traduce in tweed, arazzi e silhouette vissute.

Il risultato è quella giustapposizione magica che solo Rocha sa costruire: corpetti e nastri su cappotti maschili, coccarde equestri su pantaloni sartoriali, tute di pizzo. Il romanticismo non scompare — evolve. E in questo dialogo tra moda sportiva e couture, tra archivio e contemporaneità, Rocha trova una sintesi che pochi altri designer sarebbero in grado di reggere.

Harris Reed e “Multifarious”: un Rinascimento fluido alla ballroom del Claridge’s

Nella ballroom del Claridge’s, tra luci soffuse e decori dorati, Harris Reed trasforma la sfilata in una performance. «Multifarious» è il titolo della collezione autunno-inverno 2026/2027, e il nome dice tutto: un Rinascimento contemporaneo dove il massimalismo teatrale incontra la couture, e l’identità si fa fluida, libera da etichette. In prima fila, Lily Collins, Joe Locke e Nicky Hilton Rothschild.

Il momento più atteso è il debutto della linea Fluid Bridal: quattro silhouette che riscrivono radicalmente il codice nuziale. I veli sono magenta, ceruleo e acquamarina — il bianco tradizionale scompare. Il modello Camille, ispirato all’abito su misura realizzato per la fashion editor Camille Charrière, gioca con trasparenze e linee sinuose. Non manca la camicia in pizzo chantilly con cappuccio e cristalli abbinata a pantaloni a zampa, omaggio al look dello stilista stesso per il proprio matrimonio.

Le spose di Reed sono sirene moderne: spettacolari, romantiche, radicalmente individuali. Un punto di riferimento per chiunque voglia capire dove si sta muovendo il concetto di abito da matrimonio d’epoca reinterpretato in chiave contemporanea.

Se ti ispiri alle sfilate per cercare abiti vintage da sposa, la collezione Fluid Bridal di Reed suggerisce una direzione precisa: abbandona il bianco e guarda a tonalità polverose, cipriate o inaspettatamente vivaci. I mercatini europei degli anni Settanta e Ottanta nascondono ancora pezzi straordinari in questa palette.

Erdem, vent’anni di storia della moda: come si celebra un archivio senza cristallizzarlo?

«Non è una retrospettiva, ma un dialogo con il passato e il presente e con tutte le donne che hanno ispirato il mio lavoro.» Le parole di Erdem Moralıoğlu nel backstage sono la migliore sintesi possibile di una collezione che festeggia due decenni senza scivolare nell’autocelebrazione.

In passerella riaffiorano i codici che hanno reso riconoscibile la maison — floreali pittorici, pizzi impalpabili, broccati ricchi, silhouette scolpite — ma rielaborati con una sensibilità contemporanea. Le proporzioni si fanno più decise, le stratificazioni più leggere, il romanticismo trova una nuova tensione grafica. Erdem guarda al proprio archivio come a un lessico vivo, da riscrivere stagione dopo stagione.

Per chi si occupa di moda d’epoca e di come i grandi designer costruiscono la propria identità nel tempo, questa collezione è un caso di studio raro: dimostra che la fedeltà a se stessi non significa ripetizione, ma approfondimento.

Thevxlley e “The Narcissist”: il debutto più concettuale della stagione

Tra tutti i debutti alla London Fashion Week, quello di Thevxlley è il più difficile da classificare — ed è proprio per questo che vale la pena raccontarlo. Il progetto dell’artista e designer spagnolo Daniel del Valle, residente a Londra, si presenta con The Narcissist, una collezione che oscilla tra scultura indossabile e oggetto rituale.

Più che un brand, Thevxlley è un universo simbolico radicato nell’eredità andalusa del suo fondatore. I ricordi personali diventano materia creativa: il pane del panificio di famiglia, i ricami tramandati dalla nonna, i fiori di cera delle tradizioni pasquali. Elementi che si traducono in pezzi realizzati con ceramica, vetro soffiato e marmo — silhouette volutamente pesanti e strutturate, che si impongono come reliquie identitarie.

Non semplici accessori vintage o citazioni del passato: frammenti di memoria trasformati in arte contemporanea. Un esordio che ridefinisce il concetto stesso di collezione.

Burberry celebra Londra: Daniel Lee e il glamour metropolitano sotto il Tower Bridge

L’ultima ad arrivare in front row è Kate Moss, seduta accanto alla figlia Lila, mentre i flash illuminano la sera sul Tamigi. La sfilata va in scena a Old Billingsgate, ex mercato vittoriano dal fascino industriale, trasformato per l’occasione in una scenografica riproduzione del Tower Bridge, con finte pozzanghere riflettenti che ricreano un’atmosfera metropolitana, umida e cinematografica.

La collezione di Daniel Lee è sofisticata e notturna. Si apre con un impermeabile off-white alleggerito da ruches — rilettura couture del classico raincoat britannico. In passerella anche Romeo Beckham. Pellicce, ricami sparkling, mappe di Londra sui soprabiti e un tartan scomposto da contrasti grafici definiscono un racconto coed dove heritage e glamour serale trovano un equilibrio vibrante.

Per Burberry, questa stagione segna un punto importante: Lee conferma di aver trovato il modo di tenere insieme l’estetica vintage del brand — con tutto il peso simbolico del tartan, del trench, dell’impermeabile — e una modernità che parla anche a chi non ha mai messo piede in un negozio Burberry prima d’ora.

Lo sapevi? Old Billingsgate, il mercato del pesce più antico di Londra (attivo dal 1850 fino al 1982), è diventato negli anni uno degli spazi per eventi più ricercati della città. L’heritage industriale dell’edificio — con le sue volte vittoriane e la vista sul Tamigi — è già di per sé un’estetica: non servono decorazioni eccessive quando la storia parla da sola.

Cosa resta, alla fine, di questa London Fashion Week?

Resta la sensazione che Londra abbia smesso di voler piacere a tutti — e che sia proprio questo il suo punto di forza. Ogni sfilata di questa stagione ha scelto una direzione precisa e l’ha percorsa fino in fondo: la struttura couture di Quinn, il romanticismo contaminato di Rocha, la fluidità opulenta di Reed, la profondità archivistica di Erdem, la ritualità materica di Thevxlley, il glamour urbano di Lee. Sei linguaggi diversi, un’unica certezza: la moda che dura non è quella che insegue il momento, ma quella che lo attraversa con qualcosa da dire.

La prossima volta che ti trovi davanti a un capo — nuovo o vintage, in boutique o al mercatino — chiediti quale di queste storie racconta. Spesso la risposta è già cucita nell’orlo.

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