C’è una parola che risuona tra le fila delle sfilate autunno-inverno: lattice. Non un’aggiunta discreta, non un dettaglio nascosto nel retro di un look. Un materiale che si impone con tutta la sua seconda pelle, lucido, vivo, provocatorio — eppure, nelle mani giuste, sorprendentemente sofisticato.
Il lattice non è un materiale nuovo per la moda. Ha attraversato i club underground degli anni ’90, è stato adottato da Jean Paul Gaultier e da Thierry Mugler come manifesto di un corpo liberato dalle convenzioni. Ma ciò che accade sulle ultime passerelle è diverso: il lattice non è più solo provocazione fetish o citazione alt. Diventa struttura, diventa femminilità, diventa architettura del corpo.
Tre maison, tre interpretazioni. Tre modi di rispondere alla stessa domanda: quanto può essere elegante ciò che è, per natura, scomodo?
Chanel: il lattice come grammatica della femminilità
Da Chanel, il lattice viene addomesticato con la grazia che solo la Maison parigina sa fare. Usato come decorazione o base per gli abiti, diventa un elemento quasi couture — non una provocazione, ma una scelta estetica che amplifica la silhouette. Il risultato ha quell’allure onirica che caratterizza la collezione autunno-inverno 2025/26, dove le trasparenze e le sovrapposizioni dialogano con i codici storici della casa.
Un lattice che non grida, ma sussurra. E a volte, è il sussurro a fare più rumore.
Saint Laurent: quando il lattice incontra il pizzo
Anthony Vaccarello ha fatto qualcosa di più radicale. Ha preso il pizzo — materiale per eccellenza della seduzione romantica, eterea, quasi intoccabile — e lo ha immerso nel silicone, ricoprendolo di lattice fino a farlo danzare come una guaina sulla pelle. Il risultato è un ibrido visivo di rara potenza: il fragile e il rigido si fondono, il sacro e il profano convivono sulla stessa superficie.
Backstage, Vaccarello aveva dichiarato di voler costruire abiti forti per un corpo sensibile. Con questo gesto tecnico e poetico insieme, ci riesce pienamente. Non è moda concettuale — è moda che si sente addosso, che ti abita.
Gucci: Demna riscrive le regole del lattice (e del lusso)
Demna — arrivato in casa Gucci dopo il suo decennio da Balenciaga — porta il lattice su un terreno completamente diverso. Nella sua prima sfilata ufficiale, presentata a Milano il 27 febbraio 2026 al Palazzo delle Scintille, il lattice non è solo una canotta aderente (il formato atteso, quello “prevedibile”). Appaiono completi a due pezzi, costruiti con la stessa logica con cui si taglia un tailleur.
Ed è qui che la questione si fa interessante: quei completi funzionano indipendentemente dal genere. Li immagini addosso a una donna con i capelli raccolti e uno sguardo affilato. Li immagini su un uomo con la stessa nonchalance. Il lattice, nelle mani di Demna, smette di essere un materiale con un’identità di genere predefinita.




Il lattice è davvero indossabile? Fashion tips pratici
Non è una domanda banale. Il lattice chiede impegno: si porta con attenzione, si abbina con intenzione. Ecco come approcciarlo senza sembrare in costume:
- Punta sull’effetto contrasto: abbina il lattice lucido a tessuti opachi come lana, cotone pesante o denim grezzo. Il risultato è equilibrato e contemporaneo.
- Un solo pezzo alla volta: canotta, minigonna o pantaloni — uno è sufficiente. Il lattice non ama la concorrenza.
- Cura la base: sotto il lattice, niente. L’effetto seconda pelle è il punto. Qualsiasi strato aggiuntivo ne compromette la resa visiva.
- Accessori minimal: una cintura bold, una scarpa geometrica, niente di più. Il lattice porta già con sé tutto il volume visivo di cui ha bisogno.
- Stagione giusta: il lattice autunnale funziona perché i cappotti e i soprabiti offrono contrasto e contesto. D’estate rischia di sembrare fuori posto (e decisamente scomodo).
Un materiale, tre visioni — e una riflessione
Ciò che accomuna Chanel, Saint Laurent e Gucci non è il materiale in sé, ma il coraggio di porsi una domanda: fino a dove può spingersi la bellezza? Il lattice, per secoli ai margini della moda “respectable”, ha conquistato le passerelle più blasonate del mondo. Non per scandalo, ma per sostanza.
Forse il vero lusso — nel 2026 come nel 1925 — è sempre stato saper trasformare l’inaspettato in desiderio. Questi tre marchi lo hanno ricordato a tutti.
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