In Giappone i tacchi alti fanno curriculum. Anzi, peggio: se non li porti, non ti assumono. Le donne nipponiche sono costrette da antiche consuetudini a indossare sempre i tacchi sul lavoro. A Tokyo e dintorni, se una ragazza si presenta in ufficio indossando scarpe sportive, questa scelta – anche quando sia dettata da motivi di salute –  viene interpretata come una mancanza di rispetto.

La petizione di Ishikawa. Così un gruppo di ragazze ha firmato una petizione ai ministri della Salute e del Lavoro e nasce il movimento #KuToo contro i tacchi alti (e detto tra noi, era l’ora). Yumi Ishikawa, attrice e scrittrice 32enne, ha detto basta a questo dress code, da lei definito “discriminatorio e obsoleto”. Si è fatta fotografare seduta su una scrivania in perfetto look da ufficio – t-shirt nera e gonna longuette in raso rosa – ma con le scarpe da ginnastica ai piedi, e ha lanciato una petizione via internet che in poco tempo ha raccolto decine di migliaia di firme (al momento sono più di 28mila sul sito Change.org). Un gesto presto diventato virale sul web: in tantissime hanno cominciato a condividere sui social scatti di piedi doloranti o sanguinanti dopo lunghe giornate di lavoro “sui trampoli”.

#KuToo. Richiama la prima sillaba di “scarpe” e di “dolore” – in giapponese – e rievoca il #MeToo, il movimento di protesta nato negli Usa a ottobre 2017, dopo le molteplici accuse di molestie sessuali rivolte da star di Hollywood al produttore Harvey Weinstein.

È una buona notizia di cui francamente però non sentivamo il bisogno. Perché pensavamo di aver fatto un po’ più di strada.