Ogni giorno tutte ne scegliamo almeno un paio da indossare. Acquistarle e collezionarle è una passione sfrenata.

Anche le donne più sobrie sanno che optare per quelle sbagliate può avere conseguenze sul benessere di estremità, gambe, schiena, ma anche pregiudicare la riuscita di un colloquio di lavoro, di un evento sociale, di un appuntamento amoroso. E se come dice un detto Sioux, “prima di giudicare una persona cammina tre lune nelle sue scarpe”, calzature vuote spesso sono utilizzate per suggerire un senso di perdita: basti pensare all’installazione con le scarpe rosse ideata nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet per raccontare la tragedia del femminicidio, o alla stanza dello United States Holocaust Museum dedicata alle calzature delle vittime dei campi di concentramento.

Jonathan Frater, bibliotecario del Metropolitan College of New York, ha scritto: “Le scarpe sono oggetti estremamente personali che utilizziamo per definire la nostra personalità… ci sono forse articoli che parlino di più della civiltà e del nostro ruolo in essa? Ce ne liberiamo solo dopo averle distrutte. O dopo aver distrutto coloro che le indossavano”.

«La scarpa comunica chi siamo», conferma Gaia Vicenzi, psicologa, psicoterapeuta e autrice di L’abito non mente. Il ruolo dell’abbigliamento nel definire chi siamo, cosa facciamo e come pensiamo (Foschi editore).

«Attraverso la forma: una scarpa appuntita è aggressiva, tondeggiante un po’ baby e ingenua. L’altezza: i tacchi sono un modo per “salire” e darsi sicurezza. Il colore: più o meno vistoso. Parla di noi ma anche la cura che ne abbiamo – per qualcuno lucidarle è ancora un rituale quotidiano – e la scelta tra comodità o apparenza, che rivela quanto conta per noi il giudizio degli altri».