La giovane Gabrielle Chanel, provinciale spiantata sbarcata a Parigi con spiriti innovativi, incontrò una sera a cena Misia Sert, pianista russa grande protagonista della scena artistica e intellettuale cittadina.

Andando via, Gabrielle buttò sulle spalle un cappotto di sua invenzione, già avveniristico e destrutturato, ma indossandolo intercettò lo sguardo di approvazione dell’altra.

Se lo tolse e con intuito infallibile lo appoggiò sulle spalle della pianista, dicendo: «Se le piace è suo».

Nasceva l’amicizia di una vita e cominciava a nascere nella Parigi Anni 20 il mito di Chanel.

La piccola mantenuta sbocciò in una sarta di alta gamma e nella musa degli artisti amici di Misia e poi suoi, da Picasso a Jean Cocteau, da Djagilev a Stravinskij.

Della sua vita precedente, un’infanzia misera e avventurosa – orfana di madre fu abbandonata dal padre e affidata con le sorelle alle suore dell’orfanotrofio di Aubazine – Gabrielle non amava parlare.

Vita ben raccontata nel film Coco prima di Chanel con Audrey Tautou. Dove si narrano i tre mondi dell’Europa del ’900 incrociati da Gabrielle, proletari-borghesi-aristocratici, e il suo debutto in un caffè concerto.

Si cantava Qui qu’a vu Coco (da lì fu per sempre Coco) e dell’incontro con il primo dei suoi uomini, Étienne de Balsan, che la ospitò per 8 anni nel suo castello e promosse fra gli amici le sue prime invenzioni, i cappellini presto adorati dalla bella società.

Insofferente alle costrizioni del tempo, il corpetto soprattutto, che imbrigliava il corpo della donna in estranee armature. Gabrielle si ispira agli abiti maschili dei cavallerizzi che ruotavano intorno a Étienne per i suoi vestiti, che, come i cappellini, eccitavano le signore.

Capta presto gli spiriti del secolo in arrivo, iniziando una rivoluzione della moda che avrebbe sorpassato il ’900 per arrivare fino a noi. Celebrata anche in Coco Chanel da Gaia, tra le cantanti più fresche della nuova generazione.

«Al XX secolo occorreva semplicità, comodità, nitidezza», diceva Coco: «Io gli offrii tutto questo, a sua insaputa».

Le epoche di Chanel sono più numerose di quelle di Picasso.

Anche se resta prototipo di femminista a modo suo, e appena le è stato possibile ha restituito i soldi ai primi amanti-finanziatori con voglia di riscatto quasi inconsapevole.

Ha spesso trovato ispirazione nell’armadio dei suoi uomini. Le camicie da amazzone ai tempi di Balsan, i maglioni e blazer in stile inglese ai tempi di Boy Capel, suo grande amore. I roubachka aderenti ispirati alla Russia di Dmitrij Pavlovic Romanov cugino dello Zar.

E soprattutto i tweed scozzesi scoperti con il duca di Westminster. «Non sono alla moda, io sono la moda» diceva.

Un’ascesa sociale irresistibile e una cavalcata nel mondo della sua moda povera ma di lusso.

Il tubino nero («Sempre togliere, spogliare. Mai aggiungere. Non c’è bellezza maggiore che la libertà dei corpi…»), la bigiotteria del desiderio.

Lo Chanel n° 5 con cui andava a letto nuda Marilyn Monroe.

«Le sue ire, le cattiverie, i suoi gioielli favolosi, le creazioni, i ghiribizzi, le esagerazioni, le gentilezze nonché lo humour e le sue generosità, compongono un personaggio unico, avvincente, attraente, repellente, eccessivo… insomma umano»,

così l’amico Cocteau.

Bui gli anni di guerra: lasciò Parigi e fu accusata di collaborazionismo, con Churchill, amico degli anni del duca di Westminster, in sua difesa.

coco chanel

Di rinnovato splendore e intensità creativa l’ultimo periodo di vita, senza uomini, solo la morfina a lenire i dolori.

Con capolavoro finale Coco risorse dalle ceneri e iniziò la riscossa contro il nuovo astro Dior, producendo lì per lì da una tenda di taffettà cremisi un abito da sera per Marie-Hélène de Rothschild, che subito tutte vollero.

Stanca di tenere la borsa in mano, inventò la tracolla matelassé, e ancora il sandalo bicolore.

Morì sola il 10 gennaio 1971, in una stanza del Ritz, dimora di una vita: Mademoiselle forever.

by Virginia D’Amico

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