Cenerentola avrebbe sposato il Principe Azzurro se invece di una scarpina di cristallo avesse perso una collana di perle?

Probabilmente no, perché al posto suo avrebbe potuto esserci chiunque. Invece, nessun accessorio parla di noi come le nostre scarpe: anche per questo ci piacciono tanto e anche gli uomini, principi azzurri compresi, ne sono irresistibilmente attratti. E quando uno è cotto di noi si dice che “è ai nostri piedi”.

Perché? Lo spiega Elizabeth Semmelhack, curatrice del Bata Shoe Museum di Toronto, e autrice di Scarpe. Storia, stili, modelli, identità (Odoya editore), consigliatissimo a tutte le shoes-addicted.

«Una scarpa si porta al piede per proteggerlo e per facilitarne il movimento. Ma spesso design e utilizzo sono guidati da richieste sociali piuttosto che fisiche», scrive la Semmelhack. I tacchi sono considerati appropriati per l’ufficio o per la vendeuse di una boutique, ma non sono calzature propriamente “da lavoro”, visto che intralciano la comodità e i movimenti. «Una scelta non dettata da alcun imperativo biologico, bensì dai significati sociali attribuiti alle scarpe. Al punto che alcuni tipi o brand sono arrivati a inglobare stili di vita e sistemi di pensiero».

QUANTE DONNE SIAMO (E QUANTE SCARPE ABBIAMO)?

«Mi state dicendo che ho speso 40mila dollari in scarpe e non ho un posto dove vivere? Sarò ridotta ad abitare nelle mie scarpe!»: è una battuta di Carry Bradshaw, la “Manolo-addicted” di Sex and the City, la celeberrima se- rie tivù che alla fine degli anni Novanta ha ben rappresentato l’idea che le donne nutrano un’insaziabile brama di scarpe. «Le scarpe ci permettono di esprimere la nostra molteplicità», continua Gaia Vicenzi. «Nella scarpiera sono racchiuse tante possibili identità sociali: l’io al lavoro, l’io nel tempo libero, l’io mondano, l’io atletico, l’io ribelle, l’io seduttivo. Scarpe diverse ci fanno sentire diverse, sceglierle a seconda delle ore e del contesto è importante per essere a nostro agio». E anche il momento in cui le facciamo nostre ha una valenza psicologica: «Apre un ventaglio di desideri colmati attraverso l’acquisto. E siccome le variabili – come i desideri – sono tantissime, scivolare nello shopping è compulsivo perché davvero non ci bastano mai. Oltre ai modelli, ai colori, ai materiali, entra in gioco il brand che spesso è la scarpa: le Timberland, le Nike, le Manolo, le Converse, le Louboutin, e così via, sono anche una dichiarazione di status».