Supermodelle anni 90 e scandalo Epstein: il lato oscuro del glamour

Ti sei mai chiesta perché le supermodelle anni 90 vengono ricordate con una nostalgia così carica di contraddizioni? Da un lato c'è lo sfarzo delle sfilate parigine, i contratti milionari, le copertine patinate. Dall'altro, storie che solo oggi cominciano a emergere davvero, racconti di giovani donne catapultate in un mondo dove bellezza, potere e vulnerabilità si intrecciavano in modi che allora nessuno osava mettere in discussione.
Quello che è venuto fuori dai documenti Epstein ha aperto una crepa in quella mitologia dorata. Non parliamo solo di scandalo, ma di un sistema che ha funzionato per decenni dentro l'industria della moda, dove il successo passava da relazioni asimmetriche, intermediazioni opache, accessi venduti come opportunità.
Chi erano davvero le supermodelle anni 90?
Quando pensiamo alle Top Model anni '90, ci vengono in mente volti iconici: Naomi Campbell che sfila con la grinta di chi sa di comandare la passerella, Christy Turlington che incarna l'eleganza senza sforzo, Kate Moss che ridefinisce i canoni estetici con quel corpo filiforme e quello sguardo annoiato. Ma dietro quei nomi c'erano ragazze che avevano firmato il loro primo contratto a quattordici, quindici anni, spesso lontane da casa, gestite da agenzie che funzionavano come famiglie allargate dove i confini tra protezione e controllo erano labili.
Non erano semplicemente belle: incarnavano un capitale sociale. Averle a una festa, su un jet privato, sedute al tavolo giusto significava qualcosa. Quel "qualcosa" funzionava in due direzioni: da una parte loro accumulavano credibilità, dall'altra diventavano valuta di scambio dentro circuiti dove finanza, politica, arte e lusso si mescolavano senza soluzione di continuità.
Negli anni Novanta il modelling era un'industria basata su scouting aggressivo, visti lavorativi precari e una dipendenza totale dalle agenzie. John Casablancas, fondatore di Elite Model Management, costruì un impero globale attraverso concorsi come "Look of the Year", che portavano ragazze giovanissime da tutto il mondo a New York, Parigi, Milano.
Il modello sembrava meritocratico: vieni scoperta in un centro commerciale in Siberia, ti mandano a Milano, ti fanno sfilare, diventi famosa. Ma quel percorso passava da intermediari che avevano un controllo quasi totale sulla vita di quelle ragazze. Decidevano dove vivevano, quanto guadagnavano davvero, chi frequentavano.
Jean-Luc Brunel, agente francese e proprietario di MC2 Model Management, rappresenta il lato più oscuro di questo sistema. Nei documenti Epstein il suo nome compare decine di volte, sempre legato a quel ruolo di ponte tra il mondo delle modelle e quello degli uomini ricchissimi che gravitavano attorno a Epstein. Brunel non era un'eccezione: era la normalizzazione di un meccanismo che l'industria aveva accettato da tempo.
Perché Naomi Campbell compare nei flight logs di Epstein?
Naomi Campbell non è uno di quei nomi che compaiono per caso. I registri di volo del Boeing 727 di Epstein, ribattezzato Lolita Express, la citano espressamente più volte. In alcuni tratti figura nello stesso elenco di Bill Clinton, Doug Band, membri del Secret Service, Epstein stesso e Ghislaine Maxwell. In altri voli compare insieme a Jean-Luc Brunel.
Nel 2019, quando la questione diventa pubblica, Naomi respinge l'idea che il suo rapporto con Epstein fosse significativo, accusando i media di accanimento. Ma la prossimità documentata resta. Nei materiali più recenti circolano anche richieste logistiche, comunicazioni in cui si fa riferimento a "Naomi che chiede di usare l'aereo", anche nel 2016, anni dopo che Epstein era già stato condannato una prima volta.
Non si tratta di stabilire colpe individuali, ma di capire quanto fosse normalizzato muoversi in quel mondo. Per una supermodella anni 90 frequentare miliardari, salire su jet privati, partecipare a eventi esclusivi non era scandaloso: era il lavoro. O almeno così veniva venduto.



Cosa c'entra Victoria's Secret con questa storia?
Victoria's Secret non è solo un marchio di lingerie: negli anni Novanta e Duemila era il simbolo di un certo tipo di potere. Le modelle che sfilavano per VS guadagnavano milioni, diventavano angeli mediatici, icone globali. Ma dietro quel sistema c'era Les Wexner, magnate dietro L Brands e per anni principale fonte di ricchezza e legittimazione sociale per Jeffrey Epstein.
Secondo inchieste del New York Times e di Vogue, già alla fine degli anni Novanta Epstein si presentava in alcuni contesti come una figura con accesso diretto al mondo Victoria's Secret. Nel 1997 la modella Alicia Arden denunciò di essere stata aggredita da Epstein in una stanza d'hotel a Santa Monica dopo che lui si era presentato come reclutatore per il catalogo VS.
Non si trattava di episodi isolati. Il legame tra Epstein e Victoria's Secret passava da agenzie come MC2, da eventi mondani, da circuiti di scouting dove le ragazze venivano selezionate giovanissime. Nel 2019, oltre cento modelle — tra cui Christy Turlington, Milla Jovovich e Karen Elson — hanno firmato una lettera promossa da Model Alliance chiedendo a Victoria's Secret azioni concrete contro molestie e abusi sistemici.
Qual è il caso più inquietante tra le modelle citate nei file?
Ruslana Korshunova. Questo nome probabilmente non ti dice nulla, ma la sua storia andrebbe studiata nelle scuole di moda. Modella russo-kazaka, scoperta a quattordici anni, trasferita a New York, contratti con Marc Jacobs, DKNY, Vera Wang, Nina Ricci. Copertine Vogue, Elle. Nel giugno 2006 vola sul jet privato di Epstein. Aveva diciotto anni.
Due anni dopo, nel 2008, Ruslana muore a New York cadendo dal nono piano del suo appartamento. La morte viene classificata come suicidio. Nessun biglietto. Familiari e amici dichiarano di non aver notato segnali. Nei documenti successivi alla sua morte, il suo nome continua a circolare in email e corrispondenze legate all'orbita Epstein, con riferimenti a dispute economiche e circostanze mai chiarite.
La storia di Ruslana non è risolvibile, ma è esemplare. Rappresenta esattamente il tipo di vulnerabilità che il sistema modelling globale produceva: ragazze giovanissime, scoperte presto, trasferite in un altro continente, dipendenti da visti, contratti, agenzie. Perfettamente esposte.


La moda ha fatto i conti con il suo passato?
No. O meglio: ha iniziato a parlarne solo quando costretta. Le lettere firmate dalle modelle, le inchieste giornalistiche, i documentari sono arrivati solo dopo che i nomi erano già pubblici, dopo che le condanne erano state pronunciate. Prima c'era silenzio, normalizzazione, complicità passiva.
Il caso Epstein ha mostrato quanto fosse sottile la linea tra moda come industria creativa e moda come ecosistema di potere. Le Top Model anni 90 venivano celebrate come icone di emancipazione femminile, ma molte di loro erano giovanissime, gestite da uomini adulti, circondate da dinamiche dove il confine tra opportunità professionale e ricatto implicito era invisibile.
Oggi parliamo di body positivity, diversità, inclusione. Ma finché non si affronta apertamente il modo in cui funzionava il sistema negli anni Novanta — chi deteneva il potere, chi lo subiva, chi guardava dall'altra parte — rischiamo di ripetere gli stessi errori con nuovi nomi e nuove piattaforme.
Perché le modelle nere erano particolarmente vulnerabili?
Le modelle nere negli anni Novanta vivevano una contraddizione brutale. Da una parte, figure come Naomi Campbell e Iman stavano rompendo barriere razziali che per decenni avevano escluso le donne nere dalle copertine patinate e dalle passerelle europee. Dall'altra, quella stessa eccezionalità le rendeva ancora più dipendenti da un sistema che le trattava come rarità esotiche.
Naomi Campbell, per dirne una, ha raccontato più volte di aver dovuto lottare per ottenere gli stessi contratti delle colleghe bianche, di essere stata esclusa da sfilate perché "avevano già una modella nera". In quel contesto, dire di no a certe richieste, allontanarsi da certi ambienti, significava rischiare di perdere tutto. Perché il mercato per le modelle nere era ristretto, controllato, usa e getta.
Come possiamo guardare alle supermodelle anni 90 oggi?
Con onestà. Le supermodelle anni 90 sono state icone reali, hanno cambiato la moda, hanno costruito imperi economici personali. Ma erano anche parte di un sistema che le ha usate, che ha normalizzato la loro esposizione, che ha fatto passare per glamour dinamiche di potere profondamente squilibrate.
Guardare a quel decennio con nostalgia acritica significa ignorare le storie di chi non ce l'ha fatta, di chi è stata sfruttata, di chi ha dovuto tacere per continuare a lavorare. La moda deve fare i conti con quel passato. Non per cancellarlo, ma per capire come mai certe cose sono state possibili per così tanto tempo.
Lo sapevi? Il bullet bra, il reggiseno a proiettile che era tornato di moda negli anni Novanta come citazione vintage degli anni Cinquanta, rappresenta perfettamente la contraddizione dell'epoca: un capo che oggettifica il corpo femminile venduto come simbolo di emancipazione e controllo.
Se vuoi approfondire il tema delle Top Model anni 90 senza cadere nella retorica celebrativa, cerca documentari come "Versace: La storia di un impero" o "The Supermodels" su Apple TV+, ma affiancali a inchieste giornalistiche del Guardian, del New York Times e di Vogue che raccontano il lato oscuro dell'industria.
La versione editoriale è su Substack.
Entra a far parte della nostra Community:
https://vintageitalianfashion.substack.com
Se vuoi vedere altri articoli simili a Supermodelle anni 90 e scandalo Epstein: il lato oscuro del glamour Entra nella categoria People.
- Chi erano davvero le supermodelle anni 90?
- Come funzionava il sistema delle agenzie negli anni 90?
- Perché Naomi Campbell compare nei flight logs di Epstein?
- Cosa c'entra Victoria's Secret con questa storia?
- Qual è il caso più inquietante tra le modelle citate nei file?
- La moda ha fatto i conti con il suo passato?
- Perché le modelle nere erano particolarmente vulnerabili?
- Come possiamo guardare alle supermodelle anni 90 oggi?

Articoli correlati