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#secondhand: passaggi di stato

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Quel beauty me l’aveva regalato mio padre il giorno in cui compivo 15 anni, e ci mettevo tutto tranne i trucchi, per i quali non ho mai nutrito grande simpatia. Era piuttosto lo scrigno dei segreti, il ricettacolo dei sogni, dei misteri, degli oggettini strani di una ragazzina.

Ma ormai era davvero buffo da vedere: spigoloso come volevano i designer di quell’epoca, in color pelle naturale, il lucchetto e la chiavetta d’oro. Sì, era arrivata l’ora del cestino. Così lo metto dispiaciuta in una busta e cerco mestamente una raccolta di indumenti.

Non aveva torto Platone, a cacciare i poeti dallo Stato: accumulatori seriali, patologici cultori delle cose inutili, nota stonata nel concerto dei motori delle fabbriche che producono “altre” cose, nuove, splendenti, à-la-page, che bruciano quelle vecchie come streghe.

Accosto al cassonetto a via Strinella, e alla fermata dell’autobus lì vicino c’è una donna, ferma ad aspettare. Prendo dal bagagliaio il vecchio beauty impolverato, e come un ostensorio lo tengo bene in mostra – separarsi è triste. Mi avvicino al secchio e lentamente abbasso il maniglione. Ma la donna alla fermata fa un piccolo grido: “Scusi, per favore! …”

Mi  volto, lei sta immobile nel suo cappotto scuro, i capelli chiusi dentro a un basco colorato. “Se lo deve buttare, lo darebbe a me?”

Richiudo il maniglione e la guardo, mentre un groppo mi sale nella gola. “Davvero lo terrebbe?” le dico, con la voce un poco rotta di emozione. “Volentieri” risponde, alzando un po’ la voce.

Per alleviare l’imbarazzo che potrebbe avere nel prendere una cosa da buttare, aggiungo: “Se le piace il vintage, questo qui è perfetto!“. Mi avvicino, lo apro, e come vecchie amiche giriamo e rigiriamo il vecchio beauty, ridendo quasi fossimo bambine, apro tasche e taschine, le mostro lo specchietto in perfette condizioni. E’ contenta, dice che lo regalerà a sua figlia.

La ringrazio più volte, felice che la cosa torni in vita. Prima di andarmene, tendo con gratitudine la mano, la stretta è vigorosa per la gioia, ci salutiamo un po’ commosse entrambe.

Che sceme, eh? Dolce scemenza, che so che capirete.

E’ che le cose hanno una vita, hanno una storia, una poesia nascosta. Quel facile buttare che riesce così bene a tanti, io non ce l’ho. Le cose devono girare per tonare vive.

Viaggio leggera, adesso. Dal terremoto ho imparato a non legarmi a niente: non puoi perdere quello che non hai. Così so separarmi dalle cose.

Ma non mi piace dire che “le butto”, mi piace dire che le lascio andare, perché qualcuno prima o poi le vede, magari aggiusta ciò che s’è sfasciato, se le tiene.

E le riporta in vita.

Luisa Nardecchia

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