L’azienda Quid della veronese Anna Fiscale ricicla tessuti e dà lavoro a 120 donne svantaggiate, rifugiate o con storie di invalidità, dipendenze o abusi. Trasforma le vulnerabilità in valore aggiunto. Nata nel 2012, oggi fattura oltre tre miliardi di euro. Un esempio di imprenditoria giovane, sostenibile e sociale al servizio dell’emancipazione femminile premiato dalla Unione europea.

Rotoli di stoffe diverse riposano nel seminterrato del nuovo capannone di Avesa, quartiere di Verona a due passi dal fiume Adige e dal vecchio teatro romano. Sopra, un centinaio di donne e qualche raro uomo cuciono e stirano abiti e accessori, seduti davanti alle macchine, o in piedi tra cumuli di indumenti da controllare. Sono nati in venti nazioni di tre continenti, sopravvissuti a conflitti, fuggiti da persecuzioni e sfruttamento, usciti da droga e alcol, o da una disoccupazione tardiva. Qualcuno lotta per superare il proprio handicap fisico e mentale, o per ritrovare la luce dopo il carcere. A unire queste persone che conoscono con precisione il sapore della sofferenza, non c’è solo la dignità di guadagnarsi il pane con la sapienza delle proprie mani: come i tessuti che tagliano e ricreano, anche loro sono ciò che la società tratta come scarti e spesso ignora come rifiuti. Da tutto questo, da individui e stoffe “in eccesso” pronti per essere smaltiti non si sa dove, da sette anni nel Nordest dominato da una crescente intolleranza xenofoba nasce la bellezza di una grande moda italiana che riesce a conciliare mercato, sostenibilità ambientale, solidarietà e accoglienza.

Il prodigio del progetto Quid è sbocciato nel cervello di una giovane studentessa di Economia dell’università Bocconi di Milano. Si chiama Anna Fiscale, ha 31 anni e dopo la laurea, nella stessa settimana, ha dovuto scegliere fra tre strade: tornare ad Haiti per una Ong della cooperazione internazionale, accettare il contratto di consulenza offerto da una multinazionale, o fondare un’azienda “capace di creare cose belle partendo da ciò che si butta via e offrendo una seconda opportunità a persone ferite”. Questa “terza via” è stata imboccata proprio qui, ad Avesa, in un garage a pochi passi dalla casa in cui Anna è nata e dove ancora vive. “Eravamo cinque compagni di scuola – dice la presidente di Quid – e non avevamo un soldo. Abbiamo cominciato grazie a 15 mila euro offerti dalla Fondazione San Zeno, che ha puntato di su noi dopo aver ascoltato il sogno che volevamo realizzare”.

Il primo anno le collaboratrici erano due e il fatturato ha chiuso a quota 90 mila euro. Oggi al posto del garage e del successivo scantinato di una scuola, ci sono una sede con due capannoni propri, 120 dipendenti e un giro d’affari che nel 2019 supererà i 3,5 milioni di euro. Cinque i negozi a marchio Quid, oltre cento quelli che in Italia vendono le collezioni, oltre al sito per l’e-commerce. Obbiettivo: raddoppiare i collaboratori entro il 2020 e far decollare un progetto internazionale per l’accoglienza e l’inserimento sociale dei migranti diretti in Europa. “Del resto – dice Anna – ci chiamiamo Quid perché i prodotti che offriamo ai clienti hanno quel cosa in più di un valore umano aggiunto, sintetizzato dal marchio della molletta che tiene unite realtà differenti impedendo loro di cadere”.

Associazioni e comunità che offrono un percorso di recupero a termine, attraverso occupazioni che grazie alla bellezza sostengono la fiducia in se stessi, non sono una novità. Unica invece è una casa di moda etica che, riciclando tessuti inutilizzati, offre contratti di lavoro stabili e a tempo indeterminato, riuscendo a crescere dentro le regole del mercato.

Nei capannoni di Quid non si raccontano le storie personali di rifugiati, vittime di violenze e superstiti del dolore. Dallo scarto allo stile, solo la bellezza per una volta ad Avesa ha il diritto di parlare. Chi cuce le prossime collezioni, davanti alle macchine, sorride. Ora ha un lavoro, una casa, una giusta retribuzione, perfino un avanzato welfare interno. Presto anche disabili, ex schiave e detenute, di ogni età, saranno modelle in passerella. Non si vergognano più perché adesso sanno che ognuno, a modo suo, se può fare, in un mondo senza confini chiusi scopre di essere un grande. (Fonte)