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Con l’upcycling spopola il Patchwork anni ’70

Il patchwork come visione più comprensibile e letterale dell’upcycling continua a fiorire e moltiplicarsi negli anni. Secondo la definizione sul sito del V&A Museum, storicamente il patchwork è «un modo per utilizzare gli scarti di tessuto e per prolungare la vita degli indumenti».

Ne è la riprova la sfilata  di Junya Watanabein  che si è tenuta recentemente a Tokyo. “Ho creato questa collezione utilizzando elementi di giacche da biker, bomber e giacche a quadri di lana” ha spiegato il designer giapponese che per la collezione donna Autunno Inverno 2022-23 si è ispirato a Plight (The Spiralling of Winter Ghosts), l’album ideato da David Sylvian e Holger Czukay degli anni ’80.

Cappe realizzate con capi decostruiti, abiti in patchwork di pelli upcycled, giacche costruite con cinture e maglioni in knitwear con pezzi assemblati tra loro.

Patchwork

 

 

La storia del patchwork

Nato 5000 anni fa in Egitto e in Cina, il patchwork è una tecnica antichissima, impiegata per realizzare inizialmente coperte cucendo insieme quadrati di stoffa. Nelle colonie americane la realizzazione di queste trapunte era un atto quasi sacro, che legava fortemente le donne della comunità durante le assemblee e le feste. Proprio in questo momento iniziano a diffondersi altre forme, come triangoli cerchi ecc. Ogni combinazione aveva un suo significato, e venivano realizzate coperte legate anche ad eventi della contemporaneità, come la Guerra di Secessione.

Oggi la nostra immaginazione può spaziare con il motivo patchwork che ci richiama agli anni dei figli dei fiori e che acquista un significato ben preciso: un inno alla sostenibilità.

Denim, giacche di coperta, camicie decostruite, ritagli di pelle, tutto può liberare la nostra creatività.

Noi abbiamo scelto questi capi, a voi quali piacciono?